di Luca Galvanini
La legge 241/2006, approvata definitivamente il 29 luglio 2006, ha introdotto il diciottesimo provvedimento di indulto della storia repubblicana. A distanza di un anno è opportuno fare qualche riflessione su quel provvedimento.
Anzitutto osserviamo che quello dell’anno scorso è il primo indulto a essere concesso senza un contestuale provvedimento di amnistia. Mentre l’indulto è una causa di estinzione della sola pena, l’amnistia va a incidere anche sul reato. Di conseguenza, come segnalato già a novembre dal Consiglio Superiore della Magistratura, l’80% dei processi in corso "finirà nel nulla". La macchina della giustizia verrà intasata in maniera abnorme, poiché tutti i processi relativi ai reati "indultati" si concluderanno, in caso di condanna, con l’applicazione di una pena che verrà interamente condonata.
Un’altra incognita, poi, riguarda la tipologia dei reati che sono stati inclusi nel provvedimento. Non si comprende per quale ragione siano stati inseriti reati di particolare gravità quali omicidio, rapina ed estorsione, che minano pesantemente la sicurezza comune, oppure reati contro la Pubblica amministrazione, che riguardano una percentuale pressoché nulla di popolazione carceraria e che, quindi, non hanno assolutamente contribuito allo sfoltimento delle carceri (motivazione primaria del provvedimento).
Da ricordare anche le polemiche relative alla decisione d’includere anche il reato di voto di scambio mafioso (art. 416 ter cod. pen.). A febbraio il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso ha segnalato che sono 26 i politici e gli amministratori locali che risultano indagati per voto di scambio "ma tutte queste indagini sono destinate a concludersi per effetto dell’indulto". L’esclusione dell’art. 416 ter sarebbe stata non una decisione politica ma semplicemente una scelta di senso comune. L’ennesima occasione mancata.
Sulla base di questi ultimi punti si è rafforzata l’opinione secondo cui la legge sia stata il frutto di uno scambio politico parlamentare e che, invece di raggiungere un accordo chiaro sulla base di una maggioranza qualificata, ci siano stati episodi di condizionamento da parte di alcuni gruppi che hanno fatto pressioni per interessi lontani da quelli dichiarati.
Per quanto riguarda l’impatto sul sistema giudiziario è stato sicuramente un duro colpo che è andato a sommarsi ai problemi strutturali già esistenti. Problemi peraltro segnalati anche dal Consiglio d’Europa che, nell’ottobre del 2006, ha classificato il sistema italiano tra i peggiori del continente, segnalandone le "gravi carenze strutturali" e sottolineando che i ritardi della Giustizia "causano violazioni ripetitive dei diritti umani e costituiscono una seria minaccia al principio dello Stato di diritto". In Italia la durata media dei processi è pari a 35 mesi per il giudizio di primo grado e a 65 mesi per quello d’Appello, si attendono anche dieci anni per una sentenza definitiva.
La macchina della giustizia, inoltre, è gravemente indebitata: il fabbisogno delle procure perennemente più alto dei fondi disponibili, mancano i fondi per la benzina delle auto di servizio e per le spese di cancelleria e gli uffici acquistano a credito computer e carta. Il debito complessivo del Ministero della Giustizia ammonta a circa 250 milioni. Alla luce di questo drammatico quadro, si è deciso di applicare il beneficio anche alle pene pecuniarie. Sarebbe interessante ottenere una stima della cifra totale delle pene pecuniarie "indultate" per conoscere il totale dei soldi che non potranno essere reinvestiti nel sistema giudiziario.
Esaminando gli ultimi dati sappiamo che hanno goduto dei benefici del provvedimento 26.570 detenuti. La stima emessa dal Ministero della Giustizia, nell’invocare l’atto di clemenza, si aggirava intorno ai 15 mila detenuti. Una differenza notevole che, all’annuncio del provvedimento, avrebbe senza dubbio scosso maggiormente l’opinione pubblica.
Ultimo aspetto da considerare è appunto l’impatto sull’opinione pubblica nazionale. Dai sondaggi condotti dall’Eurispes è emerso chiaramente che soltanto il 14% condivide l’indulto nella forma in cui è stato realizzato e due italiani su tre sono contrari al provvedimento di clemenza.
Si riscontra, inoltre, che la legge sull’indulto ha indebolito la fiducia dei cittadini nella giustizia e ha aumentato il senso di insicurezza già diffuso. Nello specifico, la stragrande maggioranza degli elettori di destra e centro-destra (78,9%) esprime una netta contrarietà, ma l’avversione riguarda anche gli elettori di centro (69,5%) nonostante l’appello di
Papa Giovanni Paolo II, che nel 2002 in
visita al Parlamento italiano dichiarò:
"..
senza compromettere la necessaria tutela della sicurezza dei cittadini, merita attenzione la situazione delle carceri, nelle quali i detenuti vivono spesso in condizioni di penoso sovraffollamento. Un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l'impegno di personale ricupero in vista di un positivo reinserimento nella società."
Appare evidente come l’appello del Romano Pontefice fosse strettamente legato alle condizioni di non vivibilità all’interno delle carceri, ma la portata complessiva di questo indulto ha investito situazioni totalmente estranee a quella problematica. Inoltre, risulta curioso il fatto che l’appello sia stato ignorato nella sua parte finale, cioè che non siano state disposte politiche di assistenza e reinserimento nella fase immediatamente successiva alla scarcerazione, in vista di un provvedimento di tali dimensioni.
Tra coloro che si riconoscono nell’area di sinistra o centro-sinistra, il 60% avrebbe preferito che l’indulto fosse applicato solo ad alcune tipologie di reato.
In conclusione il provvedimento di indulto, così formulato, non ci ha convinto come non ha convinto la stragrande maggioranza degli italiani. Sarebbe stato preferibile uno sconto di pena inferiore e un beneficio che non riguardasse le pene pecuniarie. Scelte diverse, relative alle tipologia dei reati, avrebbero potuto conferire al provvedimento quella responsabilità tanto menzionata in campagna elettorale da entrambi gli schieramenti.